Vittorini e Pavese: Conversazione in Sicilia (1937-38) e La luna e i falò (1950). Questi due libri, per alcuni elementi tematici, possono essere accomunati: essi hanno, quale elemento centrale, il motivo dell’infanzia e del ritorno alla terra-madre.

Tra i due scrittori esistono elementi di forte comunanza: in primo luogo entrambi trovano nella cultura americana, interpretata come “libera e selvaggia”, un riferimento; inoltre Pavese, assieme ad altri, fu traduttore per l’antologia Americana di Vittorini. I due autori assunsero un ruolo importante nella vita intellettuale post-bellica, furono infatti tra i più consapevoli rappresentanti del Neorealismo letterario, di cui testimoniarono le ambiguità ideologiche e i sottili legami con la cultura decadente che si evidenziano, soprattutto, nel soffermarsi sul tormento esistenziale dei personaggi e nella presenza ricorrente di profondi motivi antropologico-mitici. Non si può dimenticare, infine, la suggestione esercitata su entrambi gli autori dalla rivista “Solaria”, in particolare riguardo all’attenzione per lo scandaglio individuale e all’idea che la letteratura debba assumere un alto profilo morale.

Proprio la letteratura novecentesca, spesso volta a indagare le profondità della psicologia umana, presentando una visione soggettiva dell’esperienza e dei sentimenti, predilige un io-narrante.

In entrambi i testi si narra di un nostos, un ritorno proprio dell’io-narrante, e se, come ipotizza Franco Ferrucci, i grandi archetipi della letteratura occidentale hanno quali fondamenta l’Iliade e l’Odissea (quindi l’assedio e il ritorno), la letteratura del Novecento ha senza dubbio privilegiato questo secondo modello originario della narrativa e anche questi due testi ne sono testimonianza. Tanta cultura dell’epoca propone personaggi che desidererebbero ritornare in un luogo lontano dall’angoscia esistenziale o dalle brutture della storia e, quindi, spesso giungono al cronotopo dell’infanzia e della terra-madre.

Però i punti di vista dei due scrittori sono diversi: l’io di Vittorini è ancora in viaggio e il mare suscita in lui una sorta di “memoria involontaria” (“mi riconobbi ancora ragazzo”); l’io di Pavese, invece, è giunto nel cuore del paese, la piazza, proprio nel tentativo volontario di ritrovare se stesso. Anguilla dirà: «Era strano come tutto fosse cambiato eppure uguale». L’unico che apparentemente in paese ha cambiato la sua vita è proprio lui, che con i suoi viaggi, da povero orfano è divenuto un uomo benestante, corteggiato da coloro che devono vendere un terreno o maritare una figlia. Però tutto questo suo viaggiare è stato inutile perché il “viaggio porta sempre al punto di partenza”, infatti egli è ancora alla ricerca di un’origine, di un luogo di cui poter dire “ecco cos’ero prima di nascere”; insomma, dopo tutto il suo peregrinare, non è effettivamente riuscito a ritrovarsi veramente.

In merito allo stile Vittorini predilige un’aura mitica e atemporale, con l’utilizzo di verbi fortemente espressivi, l’accumulo per asindeto, le rispondenze sonore, l’indeterminatezza temporale. Tono più concreto assume invece la prosa di Pavese, con le sue locuzioni tipiche da linguaggio parlato e con le sue precise determinazioni spazio-temporali.

Il giudizio critico su Conversazione in Sicilia è stato contraddittorio, condizionato anche da certe dichiarazioni dello stesso Vittorini che afferma, nell’ultima pagina del romanzo, come la storia avrebbe potuto svolgersi anche in Persia o in Venezuela e, quindi, il legame con la Sicilia non risulterebbe fondante. Invece alcuni elementi appaiono contraddire questa valutazione: Vittorini percorre certe zone del mito e dell’archetipo psicologico antropologico, ma resta ancorato al tempo della storia e all’elaborazione culturale tipici della propria terra. Se il tempo generale, spesso indulge al simbolico, suggerisce letture metafisiche e astoriche, la dimensione mitica si stempera in considerazioni sul presente relative al fascismo e alla miseria isolana. La storia si infiltra nel mito e il ritorno alla terra-madre, dopo l’abbandono del padre, episodio con cui si apre l’opera, avviene in un contesto storico preciso.

Vittorini non narra solo un male universale, anzi radica il percorso conoscitivo del suo personaggio nella realtà della miseria contadina e, anzi, pare essere tipico della cultura siciliana impastare storia e mito per trarre una sostanza narrativa inusuale: così Verga vivifica certe vicende attraverso i miti, e D’arrigo, Bufalino e Consolo continuano questa tradizione.

Del resto, nella grande mutazione che romanzo subisce a partire dal primo dopoguerra, il mito ha un ruolo fondamentale e questa dimensione è spesso lo strumento per rappresentare un universo relativizzato e disgregato. Quindi sono frequentissimi i riferimenti diretti alla tradizione classica, basti citare l’Ulisse di James Joyce, Giuseppe e i suoi fratelli di Thomas Mann, ma anche il Giobbe di Joseph Roth. La morte di Virgilio di Broch, il personaggio di Stratis il marinaio nella poesia del premio nobel Seferis.

Il mito si presenta anche come riproposizione di strutture narrative e a questa tipologia appartengono i testi in questione, che evidenziano, infatti, modalità epico-tragico.

Anche la fuga e il ritorno appaiono come elementi tipici: si pensi ancora a Verga, al contraddittorio rapporto che lega Pirandello o Sciascia alla propria terra.

Oltre la storia vi è poi la terra-madre: solo in questo luogo carico di simboli è possibile per Silvestro, voce narrante, recuperare la propria identità, proclamare parole di speranza e assieme provare la meraviglia dell’età adolescenziale nella fantastica rievocazione di ricordi.

Ne La luna e i falò, invece, il paesaggio simbolico delle Langhe, il luogo dove il “bastardo” Anguilla cerca vanamente radici, è stato violato dalla guerra e ormai genera cadaveri, non vivi.  Il viaggio di Anguilla è nello spazio delle Langhe, ma anche nel tempo: il tempo della sua infanzia inconsapevole e, a suo modo, felice e il tempo presente, dopo le offese della guerra e i lutti che si sono succeduti. La ricerca attraverso il mondo non ha soddisfatto Anguilla, né Genova e il suo mare, né una California ricalcata, quasi parodisticamente, sulle pagine dei narratori americani possono colmare il vuoto che l’uomo avverte, la mancanza di una terra-madre. Le parole chiave di questo testo sono proprio inerenti il ricordo e il mutamento: il protagonista non riconosce né è riconosciuto, l’innocenza è finita nell’età della consapevolezza. Così, collegato al tema del ricordo dell’infanzia, vi è quello del rapporto tra adulto e ragazzo.

Il tema dell’infanzia e del nostos, il ritorno al luogo natale, ha un ruolo importante nella letteratura novecentesca, ma già nel Romanticismo l’infanzia è un momento profondamente indagato dalla letteratura, basti pensare alle pagine di Leopardi. Certamente vi è un legame tra decadentismo, che è fuga dal “qui” e dall’ ”ora”, che si tramuta spesso nel ricordo e nell’infanzia, e l’elaborazione di Freud, che mette a nudo le ambiguità delle pulsioni infantili, rivelando la qualità tutt’altro che innocente di questa età.

Non a caso il giovane, nel romanzo del primo Novecento, diviene un indiscusso protagonista della narrativa: il secolo si apre con il Tonio Kröger di Thomas Mann e con l’infanzia rivissuta attraverso la memoria da Proust.

L’adolescenza, comunque, oltre ad essere il luogo della felicità rimembrata, è anche la metafora per indicare immaturità sociali e psicologiche: spesso essa allude, infatti, al rapporto tra l’artista e la società.

Per ritornare all’ambito italiano, l’infanzia come emblema di un’esistenza non ancora spezzata dal male, è tema centrale in Pascoli; ma anche in tempi successivi troviamo le elaborazioni sabiane, dal piccolo Berto ad Ernesto, la centralità dell’adolescenza in Moravia, ad esempio nel racconto breve Agostino, fino alle sottigliezze psicoanalitiche della madre-fidanzata in certo Caproni.

Infine si può sottolineare la dimensione decadente presente in Vittorini e Pavese (Salvatore Guglielmino nella sua Guida al Novecento li individua come “ambigui maestri del Neorealismo”), evidente nella presenza di una dimensione simbolica, in una fortissima vocazione a descrivere la solitudine e il senso di morte e nelle tecniche di rappresentazione non sempre realiste.

 

FRANCESCA PIOVESAN