Nei primi anni del Novecento la forma del romanzo subisce una straordinaria trasformazione: sono gli anni della Recherche di Proust, dell’Ulisse di Joyce, dell’Uomo senza qualità di Musil, delle opere di Kafka. Scompare la trama, la rappresentazione spaziale non ha più relazioni di tipo analogico con l’ambiente e, a un andamento che simula il tempo naturale e cronologico, si sostituisce un apparente dissolvimento del tracciato temporale e un nuovo rapporto tempo-intreccio.

Investita da queste concezioni innovative è anche la tipologia del personaggio. Sbiadito ormai il mito dell’eroe (ultime rappresentazioni possono essere considerate quelle del nobile Des Esseint in À rebours di Huysmans e del suo diretto discendente dannunziano Andrea Sperelli), i tratti principali dei nuovi antieroi sono il senso di frustrazione, la perdita d’ identità, la mancanza di unità psichica, la sensazione di inautenticità. Sono gli “inetti” (il cui archetipo si ha nelle Memorie del sottosuolo di Dostoevski), uomini senza qualità, ammalati fisici o psichici, di cui si mette spesso in scena l’inutilità dell’azione e della parola. A un narratore onnisciente, che presenta un punto di vista dominante (come nel caso de Il piacere di D’Annunzio, pur con le diverse focalizzazioni), si sostituisce una sorta di moltiplicazione dei punti di vista.

La coscienza di Zeno, come altre grandi opere dell’epoca, ad esempio Il fu Mattia Pascal di Pirandello, rappresenta il senso della crisi di un mondo e sembra quasi scritta per essere critica in atto del proprio statuto di genere. Essa discende e si intreccia ad alcuni grandi prototipi come Tristam Shandy di Sterne per collegarsi poi, trasversalmente, ad altri grandi scrittori europei quali Musil, Joyce, Kafka.

Apparentemente la forma del testo è quella autobiografica delle memorie, con focalizzazione interna e il narratore autodiegetico. In realtà vi è un particolare rapporto fra narratore e protagonista, reso esplicito dal discorso al presente dell’Io narrante e dalla storia al passato del Io narrato. Il procedimento è attuato grazie all’introduzione di due cornici: la prima è rappresentata dalla Prefazione del dottor S., la seconda contiene il commento dello stesso Zeno al proprio atto di scrittura. Tale procedimento, che carica di sensi ambigui la narrazione, ha inizio quando gli avvenimenti della fabula si sono già conclusi, quindi si basa sulle continue interferenze tra Io narrante e Io narrato e il narratore vede il suo punto di vista coincidere con quello del personaggio. Si consideri a tal proposito il Preambolo, che è un vero e proprio “microtesto”: non solo rappresenta la situazione di partenza e rende esplicito il ruolo del personaggio, ma offre anche, in dimensioni ridotte, lo schema globale del romanzo. Le memorie del protagonista, più che secondo un rigoroso ordine cronologico, sono organizzate per nuclei tematici (ad eccezione dell’ultimo capitolo), ognuno dei quali vede una situazione conflittuale di partenza in qualche modo risolta. Nel testo vi sono poi delle affermazioni che risultano valide sia per lo Zeno di un tempo che per quello presente e sono traccia dell’imprecisabile tempo interiore che lo stesso Svevo definisce “tempo misto” della coscienza (per esempio “Penso che la sigaretta abbia un gusto più intenso quando è l’ultima”). Un’indicazione grammaticale precisa, che individua il sentimento del tempo, si rivela nel particolare uso dell’imperfetto (cfr. la seconda passeggiata notturna di Zeno, in compagnia di Guido). Per quanto concerne il tipo di discorso usato, La coscienza di Zeno si inserisce nella corrente del monologo interiore, distante dallo sviluppo successivo che porta al flusso di coscienza, in cui legami sintattici vengono completamente soppressi. Svevo utilizza sì frasi nominali, proposizioni ellittiche, alternanza di esclamative e interrogative, ma le sue associazioni di idee sono collegate da tradizionali connettivi.

Altra grossa novità del romanzo è costituita dai tratti essenziali del protagonista, vivente protesta contro la concezione del superuomo, che si possono evincere in particolare dal capitolo La morte di mio padre. Emerge qui anche il tema della malattia come metafora della vita. Comunque non solo Zeno, ma tutti i personaggi si presentano come pluridimensionali, frutto di diverse stratificazioni, insieme deboli e forti, buoni e cattivi, sani e malati. La salute stessa della moglie Augusta (cfr. il sesto capitolo) rivela, a ben vedere, i germi della malattia, repressi però dalla morale borghese.

Il romanzo è una delle forme narrative più complesse, pronte ad accogliere e registrare una molteplicità di voci ed esperienze diverse; esso, però, è anche una situazione comunicativa le cui caratteristiche mutano di epoca in epoca. La storia letteraria è la ricostruzione di un fenomeno in rapporto allo spazio, al tempo e ai diversi sistemi culturali in cui si manifesta, determinata dal gusto e dall’orientamento critico del presente. In ogni epoca la letteratura è interprete e motore del gusto e delle attese della società.

Più esemplare e significativa di altre opere, La coscienza di Zeno risente degli importanti mutamenti verificatisi all’inizio del secolo, al termine della prima guerra mondiale, che, scardinando ogni sicurezza, provoca, insieme a malessere e inquietudine, la ricerca di nuovi modelli. In Svevo si avverte una disillusione diffusa, frutto della crisi d’identità del Paese. Il senso di estraneità al nuovo mondo, di cui si percepisce la frammentarietà e l’incoerenza, si risolve da un lato nella dilatazione esagerata di uno spirito raziocinante, volto a ricondurre all’ordine il caos del reale, e dall’altro nella fuga verso un soggettivismo narcisistico e sensuale, pago dei propri raffinati compiacimenti interiori, tipico di un D’Annunzio, in sintonia con l’orizzonte di aspirazioni e tensioni di un pubblico teso a legittimarsi e ad omologarsi alle classi più elevate e dimentico dei limiti della propria subalternità.

Svevo nella coscienza di Zeno propone, in forme e temi inconsueti, il racconto del borghese sradicato e incapace di affrontare l’esistenza. L’autore, dopo gli insuccessi di Senilità e Una vita, per vent’anni preferirà scrivere per sé piuttosto che per un pubblico smisuratamente lontano. Egli sarà letto e capito dopo il disastro della prima guerra mondiale come Verga, che porterà alla coscienza i nodi irrisolti di mezzo secolo di storia raccogliendo le dissonanze di una crisi sociale e culturale sino ad allora accuratamente rimossa. In effetti sarà grazie a Joyce che Svevo verrà scoperto, inizialmente in Francia e, più o meno contemporaneamente, dal giovane Montale, che nel 1926 gli pubblicherà un omaggio. Gli esponenti della cultura critica letteraria italiana del tempo, tuttavia, continueranno ad ignorarlo. Lo stesso Pirandello, pur così affine al suo modo di pensare e scrivere, non esprime nessun parere sul romanzo prontamente inviatogli dall’autore. Con Svevo nasce il romanzo moderno sulle rovine di quello di quello naturalista, già fortemente compromesso anche laddove sembrava mantenerne la parvenza, come nella narrazione di Tozzi. In Svevo, di origine ebraica, si avvertono, inoltre, le tensioni irrisolte dell’intellettuale triestino, attraversato dalle contraddizioni di un ambiente composito e complesso. Egli nasce fuori dai confini della letteratura e lotta per esservi ammesso, ma le anomalie, che ne avrebbero fatto un punto di riferimento obbligato della cultura del Novecento, costituivano per i contemporanei un limite alla comprensione delle sue opere.

Francesca Piovesan