Le teorie freudiane incontrarono inizialmente nel nostro Paese un terreno particolarmente ostile. Le opposizioni erano rappresentate dall’idealismo dominante di Croce e Gentile e dalla Chiesa cattolica, cui in seguito si aggiunse il fascismo. Tuttavia in alcuni romanzi dei primi decenni del Novecento cominciarono a fare la loro comparsa temi ed atmosfere che sembrano presagire la riflessione psicoanalitica (cfr. Giuseppe Antonio Borgese con Rubè del 1921, in cui affronta il tema dell’inetto e anche le Sorelle materassi di Palazzeschi del 1934).

Un discorso a parte merita Trieste, che costituì invece un vero avamposto per la penetrazione delle idee freudiane. Città italiana in territorio austriaco, cosmopolita, periferica per la sua posizione di confine, abitata da popolazioni diverse non ben amalgamate (vi si parlavano tre lingue: italiano, tedesco, sloveno), Trieste era particolarmente ricettiva nell’accogliere esuli, intellettuali e nuove idee. Non è quindi casuale che La coscienza di Zeno veda la luce proprio in questa città.

Cerchiamo ora di utilizzare un tipo di approccio psicoanalitico per interpretare alcuni elementi del romanzo sveviano. Il dottor S. compare come narratore solo all’inizio dell’opera, tuttavia il suo punto di vista attraverserà tutte le vicende narrate in seguito da Zeno. Il dottor S., però, come personaggio, è una maschera senza corpo; Zeno, invece, è un personaggio completo, ricco di determinazioni, un protagonista, anche se il suo protagonismo, come Svevo scrive nel Profilo biografico, è dato da un continuo inciampare nelle cose, dal carattere effimero e inconsistente dei suoi desideri e della sua volontà. Il dottor S. è la coscienza morale di Zeno che ne giudica l’intera esistenza. Il termine “coscienza” ricorre continuamente nel testo, a cominciare dal titolo, e certo sconcerta anche l’ambiguità di questo che si pone in netto contrasto con il tentativo dichiarato di far riaffiorare l’inconscio, che occupa buona parte del romanzo.

L’autore ha dato corpo e parola ad un unico personaggio, la cui personalità appare come sdoppiata, nel senso in cui Freud dice che la coscienza morale viene talvolta sentita dal soggetto come altro da sé, estranea ed antagonista. Ad ogni modo rispetto al suo debito con la psicoanalisi l’autore sembra mentire. Una delle idee che egli accredita a Freud è quella dello scambio di funerale, dove non c’è soltanto l’errore volontario-involontario, ma anche il tentativo di razionalizzazione, di voler dare cioè una spiegazione moralmente ineccepibile dell’accaduto. L’altra idea si riferisce al sogno di Zeno al capezzale del padre, in cui egli capovolge la situazione per soddisfare un desiderio come avviene nel linguaggio onirico. In realtà ci si potrebbe dilungare in un ampio inventario di concetti chiaramente freudiani, a cominciare dalla già citata prefazione, la quale rimanda all’importante nozione della “resistenza” che il paziente tenta di opporre all’accesso al suo inconscio. Analogamente le somatizzazioni di Zeno si rifanno al concetto di “conversione” con cui Freud indica la trasposizione in sintomi corporei di un conflitto psichico. In tutti i sogni di Zeno, poi, vi è una notevole utilizzazione della simbologia psicoanalitica e questo stesso retroscena si intravede in tutti i lapsus, nonché nelle sbadataggini del protagonista. Anche il sovvertimento della temporalità lineare del romanzo ottocentesco in qualche modo ha a che fare con la scoperta freudiana dell’atemporalità dell’inconscio che, nel discorso creativo, interferisce con la determinazione cronologica dell’attività cosciente. Il passato può improvvisamente riemergere e assumere nuovi significati, incontrandosi con l’esperienza in atto di un soggetto e di conseguenza modificarla (cfr. La morte di mio padre).

Zeno, come personaggio, risulta caratterizzato anche dai rapporti che intrattiene con gli altri personaggi. La figura del medico, ad esempio, (dottor S., dottor Coprosich, dottor Paoli) viene sovraccaricata delle proiezioni del protagonista, poiché incarna la legge paterna che non deve essere trasgredita. Spostando il discorso sulle figure femminili è evidente la natura sostitutiva del desiderio amoroso. La mancanza originaria è quella della madre, di cui Ada, la prescelta delle tre sorelle Malfenti, non è che la più riconoscibile sostituzione. Proprio questa donna intera, moglie ed amante nell’immaginario del protagonista, deve però restare interdetta, perché nella sua interezza incombe il tabù dell’incesto. Le altre figure femminili del romanzo evidenzieranno una frattura tra questi due aspetti, che diviene esplicita nel titolo stesso del sesto capitolo, La moglie e l’amante.

Nell’ultimo capitolo del romanzo Zeno sembra guarito e ostenta la sua forza e la sua salute e possiede i crismi del borghese realizzato. Mette quindi fine alle acrobazie sul rapporto salute-malattia, spostando l’attenzione sul binomio vita-scrittura, che sarà risolutorio. Nei capitoli in cui Zeno racconta la sua vita (2-7) Svevo riesce a esprimere i suoi sentimenti di rivalità, rappresentando attraverso i suoi personaggi la lacerazione del suo mondo interiore. Per mezzo di questa elaborazione fantastica egli ripara ai danni che la sua aggressività aveva prodotto e si scopre “ri-creato” e capace di provare quel piacere costituito dal gioco della scrittura, che Freud indica come uno dei caratteri tipici dell’arte (cfr. la catarsi aristotelica). Se, dunque, malattia significava inettitudine, inadeguatezza nell’assolvere le richieste della legge paterna di efficienza e integrazione borghese, alla fine del faticoso itinerario la salute significa il raggiungimento di un’autonomia che si libera da quei fantasmi, proprio attraverso la scrittura. Si può affermare che il conflitto individuale di Zeno esprima il malessere di un’intera generazione e che coltivare la scrittura in uno spazio separato rappresenti emblematicamente la scelta di isolamento e marginalità dell’intellettuale in quegli anni.

Zeno è un eroe rappresentativo del passaggio tra Ottocento e Novecento: paradigma della lacerazione tra l’impotenza vissuta dal singolo a livello profondo e la crisi dei valori avvertita dagli intellettuali come incapacità di offrire nuovi  modelli. Tuttavia, meno pessimista di Freud, che ne Il disagio della civiltà aveva sostenuto l’impossibilità di eliminare il malessere e quindi la necessità dell’ adattamento ad un mondo sempre più tecnicizzato e alienante, Svevo lascia aperta la speranza nell’immagine di una catastrofe liberatrice.

 

Francesca Piovesan