Georg Friedrich Händel nacque a Halle il 23 febbraio del 1685 e può considerarsi tra i più eccelsi compositori della tradizione barocca. Nel 1712 si stabilì a Londra, dove trascorse tutta la sua vita sino al 1759, anno in cui morì. Prima di trasferirsi in Inghilterra, si formò musicalmente in Germania e in Italia. E’ molto celebre per la sua vastissima produzione, che comprende opere, oratori, concerti e inni.

Tra i suoi lavori più noti vi è senza dubbio il Messiah (HWV 56), un oratorio in lingua inglese composto nel 1741 per le festività pasquali. Il testo è un’elaborazione di Charlie Charles, tratta dalla Bibbia di re Giacomo e dalla versione dei Salmi inclusa nel Book of Common Prayer.

La prima rappresentazione assoluta avvenne a Dublino il 13 aprile 1742, ma la prima londinese fu  un anno più tardi. Il pubblico non accolse con molto entusiasmo l’oratorio, addirittura alcuni lo considerarono blasfemo, nonostante la sacralità dei temi trattati. Handel scelse di rappresentare il lavoro proprio a Dublino per manifestare una sorta di dissenso nei confronti dei vescovi anglicani e della censura. Forse per via di questi pregiudizi l’oratorio venne annunciato come A New Sacred Oratorio per la rappresentazione del 19 marzo 1743 al Covent Garden di Londra, senza il titolo Messiah; questa prassi venne mantenuta anche nel 1745 al Her Majesty’s Theatre di Londra e nel 1749 ancora al Covent Garden. Oggi è uno degli oratori più rappresentati al mondo: basti pensare che nel 2015 fu eseguito solo in America 38 volte da 22 diverse orchestre.

La genesi della partitura fu rapidissima: Handel la produsse in sole tre o quattro settimane, utilizzando parzialmente dei pezzi esistenti, tra cui le sue cantate italiane a duetto. Alcuni studi di Miles Hoffman rivelano che, data l’ingente quantità di note contenute nel manoscritto (di circa 300 pagine), Handel ha dovuto scrivere circa quindici note al minuto per poter completare il lavoro in così breve tempo. C’è da dire che non esiste una versione definitiva dell’opera, in quanto il compositore ha sempre adeguato la partitura alle ensamble vocali e strumentali di cui disponeva. Nel  1789 Wolfgang Amadeus Mozart propose una sua versione dell’oratorio, pensata per standard orchestrali classici.

La partitura è scritta per quattro voci soliste (soprano, contralto, tenore e basso) e coro a quattro voci. Handel spesso preferiva impiegare due soprano, suddividendo le arie contenute nella composizione.

Gli strumenti previsti nel manoscritto sono: violino I/II, viola, violoncello, basso continuo, tromba I/II e timpani. Non sono presenti altri strumenti a fiato, ma è certo che, almeno nelle rappresentazioni londinesi furono introdotti oboi, fagotti e corni.

Le tre parti in cui l’oratorio è suddiviso riguardano rispettivamente l’avvento del Messia, la sua Passione, Morte e Resurrezione e la sua seconda venuta gloriosa. Proprio perchè la prima parte riguarda l’avvento del Redentore, questa opera viene eseguita spesso in tempo di Natale, nonostante lo sviluppo delle vicende sacre sia quello della Passione, Morte e Risurrezione.

Per un approfondimento si riporta una guida all’ascolto di Sergio Sablich:

La prima parte, la più ampia e sostenuta nello stile, è aperta da una Sinfonia bipartita (un solenne Grave, un Allegro moderato fugato) che già nella scelta della tonalità – mi minore – sembra volere introdurre un clima di grande concentrazione, carico di attese. Solo con l’attacco del recitativo del tenore (“Comfort ye my people”) il passaggio al modo maggiore – mi maggiore – modula una nota di serena letizia, di aspettativa fiduciosa. Questa prima parte può essere suddivisa in tre blocchi. Il primo comprende i due recitativi e le due arie del tenore e del basso inframezzati dal coro, nei quali sulle parole dell’Antico Testamento si dipanano le profezie della prossima venuta del Messia. Il secondo blocco è costituito dal recitativo e aria (con intervento del coro) del contralto, che svolge il tema dell’annunciazione a Maria e dell’attesa del Redentore (e si noti che la prima entrata della voce femminile avviene con sicuro effetto sull’immagine della chiamata della Madre di Dio); indi dal recitativo e aria del basso, che descrive lo stato di smarrimento e di tenebre in cui si trova l’umanità prima della venuta di Cristo: e sul tema della potenza e dello splendore del Signore il coro espande questo mutarsi delle tenebre in tripudio sfolgorante di luce. Il terzo blocco, preceduto dalla Pastorale che per la prima volta introduce la tonalità di do maggiore con evidente simbolismo rappresentativo, è dedicato alla rievocazione della nascita di Cristo. Un esteso passo del Vangelo di Luca si presta alla descrizione dei pastori abbagliati dal fulgore celestiale degli angeli, il canto dei solisti e del coro, ormai quasi una cosa sola, si scioglie in una meditazione soavissima sulla pace ritrovata.

La seconda parte ci conduce subito nel mezzo della rappresentazione della Passione con la grande aria “He was despised”, forse la pagina più ispirata dell’intero Messiah. Di nuovo vengono utilizzate le parole di Isaia per sottolineare nelle opere di Cristo il compimento di tutte le profezie, mentre una serie di cori commenta solennemente il significato per l’umanità della morte e della resurrezione del Redentore. Finalmente, quando si dispiega la visione del trionfo di Cristo, l’estatico “Hallelujah” attacca di colpo, slanciandosi a celebrare le parole supreme dell’Apocalisse.

Inno di lode alla gloria della resurrezione di Cristo, ma soprattutto annuncio della sua seconda venuta nella gloria: questi i temi della terza e ultima parte, la più breve e concisa nell’itinerario del Messiah. L’aria del soprano “I know that my Redeemer liveth” (n. 45) manifesta dolcemente la salda certezza della fede, preparando la visione del giorno del Giudizio in cui, al suono squillante della tromba, ogni morto risorgerà incorrotto. L’aria del basso in re maggiore “The trumpet shall sound”, accompagnata dalla tromba solista con passi virtuosistici fra i più difficili che mai siano stati scritti per questo strumento, non dà alla descrizione accenti di terrore, ma semmai di stupore per l’ultima profezia che si compie. Una breve meditazione sul significato della sconfitta dalla morte sfocia nella grandiosa serie di anthems corali della chiusa, prima che l'”Amen” avvolga di robusto tessuto polifonico l’immagine dell’Agnello assiso sul trono di tutte le dominazioni, secondo la lettera dell’Apocalisse.

Celeberrimo è il coro Hallelujah, caposaldo delle esecuzioni di tutte le corali del mondo. Si dice che quando Handel ne completò la scrittura riferì a un suo servo: “Credevo di aver visto tutto il Cielo davanti a me e Dio stesso seduto sul suo trono, con la sua compagnia di angeli”.

Per un primo ascolto: