Prefazione di Marco Feccia

Il convegno celebrativo, la targa commemorativa apposta sulla casa natale, e da ultimo un libro che ne ripercorre la vita, il pensiero e le opere di Mons. Pietro Barbieri; tre momenti concomitanti capaci di infrangere, nel volgere di pochi mesi, l’ostinato silenzio che durava da oltre mezzo secolo, frutto di sinistre pregiudiziali ideologiche messe in campo dalle passate stagioni politiche con l’intento di rimuovere o cancellare una preziosa memorialistica. “Monsignor Pietro Barbieri, il più grande falsario del mondo” (editrice Velar), è la recente fatica letteraria data alle stampe dal prof. Don Cesare Silva, Parroco di Valle Lomellina, che la parrocchia, il Comune e la biblioteca “Giuseppe Marucchi”, unitamente al Comitato Scientifico per lo studio della figura e delle opere di Mons. Barbieri, la Casa di cura Cittadella Sociale, L’associazione culturale Aldo Pecora, L’Accademia San Pietro e i Colori della vita,  hanno caparbiamente voluto all’insegna della verità storica, attraversata in ogni pagina dalla fulgida luce dell’onestà intellettuale dell’autore, storico molto affermato. “Sono un uomo libero dal bisogno e dalla paura”, così amava definirsi il sacerdote vallese, che prima di diventare Monsignore ha percorso il mondo. E la quotidiana vicinanza umana e spirituale ai perseguitati rifugiati nella sua abitazione in via Cernaia, 14 o presso il Seminario Romano, oppure nascosti nelle segrete della basilica di Santa Maria Maggiore, ha messo a repentaglio tante volte la vita di Don Falsario, al secolo Pietro Barbieri.

Attenzione: non è un epiteto, bensì un merito, perché contraffare documenti per salvare vite umane era estremamente rischioso nel periodo di Roma città aperta e richiedeva molto coraggio.

A Roma poi, negli anni ’43-’44 del secolo scorso, in piena occupazione tedesca, ha scritto una pagina di Storia accompagnata da un profondo umanesimo inteso come esaltazione del valore e della dignità dell’uomo, chiunque esso sia, senza distinzione di razza, sesso, credo religioso, orientamento politico e pratica dei costumi.

 Nel corso della lettura emerge un concetto che attraversa i 10 capitoli e, come il filo d’Arianna, guida il lettore alla comprensione dello spirito che ha animato e sotteso tutta l’esistenza di Monsignore: la Libertà.  Nella lingua latina, libri e libertà (liber-libertas) hanno la stessa radice, dunque un legame profondo dal quale scaturiscono la capacità di riflessione e di giudizio. Il testo agile, di taglio divulgativo e supportato da adamantina scrittura, è la risultante di una accurata ricerca d’archivio e pubblicistica varia, condotta con rigore scientifico dal parroco-scrittore che ha sempre tenuto disgiunto, osservando molta attenzione, la “notizia” dal “documento”: la prima – la notizia – sta al secondo – il documento -, come in tribunale la “denuncia” sta alla “prova”. Libertà, morale, ricerca, critica, notizia, documento sono la trama dell’ordito del libro “Mons. Pietro Barbieri, il più grande falsario del mondo” dal quale non scaturisce soltanto la semplice narrazione degli avvenimenti, ma emerge il senso compiuto della vita, la connessione emotiva di compartecipazione con le sorti di chi ci ha preceduto. Il Don Pietro che esce dalla penna dell’autore è un ribelle “sui generis” proteso alla ricerca della “sua libertà”, i cui orizzonti incontrano prima il pensiero sociale e politico di Semeria e Murri – più tardi quello di Sturzo dal cui sodalizio è scaturito un nutrito scambio epistolare, poi emerge il religioso che ha incontrato Sacco e Vanzetti in punto di morte.

 Nel frattempo si fa strada nel cuore del novello sacerdote la prospettiva di un apostolato attivo presso i nostri connazionali all’estero stremati da lavori disumani e bisognosi di vicinanza spirituale. Il suo è un modo diverso di intendere il Vangelo e il ministero sacerdotale, rispetto a tanti altri suoi confratelli molto più “pragmatici” di lui. E veniamo al gran rifiuto che ha destato non pochi clamori in diocesi. Lo spirito libero del futuro monsignore non può soggiacere nemmeno alle benevole raccomandazioni dello zio, il celebre Teologo Girolamo Avanza, parroco di Pieve del Cairo, che lo vuole curato nella prospettiva di una successione; Don Pietro è riconoscente, ma si affranca: non è disposto a fare “il prete di famiglia”. I processi storici irrompono anche sul proscenio della Lomellina e le ombre lunghe, foriere di immani tragedie incombono ovunque sul “secolo breve”. In questi articolati passaggi, Don Cesare Silva mostra tutta la sua maestria fatta di padronanza storica e profonda conoscenza del protagonista del suo libro. Mons. Barbieri, forte di un concetto di libertà supportato dalle Sacre Scritture, dagli insegnamenti e dall’azione caritatevole della Chiesa voluta e praticata direttamente da Pio XII, si oppone senza esitazione alle perverse ideologie imperanti e a quelle ancora all’orizzonte, che vedono nello Stato un dio e nella politica una religione. E’ chiara e indubitabile la lungimiranza culturale del prete lomellino: percepisce in queste aberrazioni il volano dei totalitarismi che privano l’uomo sia della libertà che della dignità, riducendolo a “mezzo” e non “fine” della Storia. Tanto si è scritto contro Pio XII: i mancati interventi della Chiesa di Roma per impedire la deportazione in massa degli ebrei, quasi che il Vaticano fosse connivente con i carnefici dell’Olocausto; ricordiamoci però che le iniziative messe in campo da Don Falsario per salvare migliaia di israeliti erano approvate, concordate e supportate dalla Segreteria di Stato vaticana. Ripercorrere il cammino di Mons. Barbieri significa incontrare e conoscere i momenti salienti della società civile, culturale e politica italiana dal CLN, al primo dopoguerra, sino agli anni della improvvisa scomparsa avvenuta nel 1963.

Nella sua abitazione romana di via Cernaia,14 si riunivano gli uomini che hanno dato vita ai primi governi dell’Italia libera e democratica. Qualche nome: il presidente Luigi Einaudi con donna Ida, Cavalli-Sforza, Bonomi, Ruggiero, Gronchi, Scelba, De Gasperi, il giovane Andreotti e altri ancora.

Don Falsario, divenuto poi cappellano di Montecitorio e per diversi anni commentatore radiofonico del Vangelo domenicale, incontrava nel transatlantico, ovvero nel corridoio dei passi perduti, tanti politici di primo piano che gli dovevano la vita.

Anche qui alcuni nomi: Pietro Nenni, Ugo La Malfa, Giuseppe Saragat, Leo Valiani – solo per citare i più conosciuti -; e perché no?, una profonda riconoscenza anche da parte del Migliore, Palmiro Togliatti.

Il libro non mancherà di farci conoscere, della poliedrica personalità di Monsignore, le iniziative sociali legate a una nuova concezione imprenditoriale basata sul solidarismo, concetto di nicchia per quei tempi; purtroppo, ai giorni nostri, dobbiamo constatare che il retaggio dei suoi lasciti è andato in altra direzione.

Ancora. Il suo amico prof. Igino Giordani nel 1924, definisce il fascismo “una religione pagana che si oppone al Cristianesimo, anche se corteggia la Chiesa (…)”. Monsignore non si è mai lasciato sedurre dal canto ammaliante di queste sirene. “Il più grande falsario del mondo”, –  anche così si era definito Don Barbieri – era una grande anima intrisa di immenso coraggio, che gli derivava dalla sua Libertà di Uomo e Sacerdote. Di pregevole fattura, un vero e proprio cammeo, è la presentazione del libro affidata ai ricordi dell’ottuagenaria Madre Anna Maria Cànopi osb abbadessa del monastero Mater Ecclesiae all’isola di San Giulio ad Orta, per tanti anni collaboratrice e poi direttrice della Scuola di Servizio Sociale fondata da Monsignore a Pieve del Cairo.” Lo ricordo come una figura di grande rilievo spirituale; da lui emanava una forza di bene tale da far sentire la sollecitudine della Chiesa vicina alla vita del popolo. Aveva fortissimo il senso di appartenenza alla Chiesa e di essere un sacerdote a servizio del popolo. Infatti, non c’era ambiente o realtà in cui egli non manifestasse questa identità; lo si chiamò persino il “cappellano di Montecitorio”. I capitoli del libro di Don Silva – ognuno dei quali compendia in sé percorsi per ulteriori approfondimenti – scorrono snelli e conducono il lettore attraverso tutti i risvolti della vita di Monsignore e mostrano, sotto una luce avulsa dalla ricorrenza di maniera, la vulcanica intelligenza di un uomo e un sacerdote che ha saputo coniugare proposte culturali, politiche, industriali e socio-sanitarie, senza mai venir meno alle aspettative dei più deboli, ovvero sempre basate sul solidarismo. Se dovessimo raccogliere alla fine di questo percorso, fatto sulle orme di un grande lomellino, una provocazione, questa sorgerebbe spontanea e la faremmo, ancora una volta, attorno alla parola “libertà”, perché l’elemento distintivo che emerge chiaro, lampante e cristallino, è proprio il paradigma di una libertà vissuta, incarnata ed anche sofferta. Quale provocazione c’è oggi, in tale parola riletta sotto lo sguardo di Mons. Pietro Barbieri?  Il libro di Don Cesare Silva ci aiuta a far luce su questo interrogativo.

Marco Feccia


Chiesa e politica in Monsignor Pietro Barbieri

Analizzare il pensiero politico di monsignor Pietro Barbieri attraverso il caleidoscopio della sua permanenza a Montecitorio, e seguirlo poi nel corridoio dei passi perduti alla ricerca dell’aneddoto pruriginoso, il più delle volte inventato a beneficio della cronaca spicciola o dell’improvvisato ricercatore che, senza arte né parte, si nasconde dietro la foglia di fico dell’usurato Cappellano di Montecitorio, è riduttivo e semplicistico. Che malinconia!

 L’orizzonte politico-culturale di monsignore è altra cosa: incontra, ancora giovane studente ginnasiale, i fermenti della letteratura francese e al contempo medita prima il pensiero filosofico-sociale di Semeria e Murri – più tardi quello di Sturzo dal cui sodalizio scaturisce un nutrito scambio epistolare. Con il sacerdote di Caltagirone, condivide in momenti differenti, comuni amarezze politiche e personali, dettate dalle loro terse coscienze per nulla incline ai compromessi di sacrestia. Proviamo ad incontrarne una di queste impennate culturali che il prete lomellino reputa, come si direbbe oggi, ammantata di valori non negoziabili. Riannodiamo il nastro della Storia. Nenni nel 1952 guarda con favore alla DC; nel 1953 all’interno del mondo cattolico si levano le prime voci in favore dell’apertura a sinistra; all’interno della Chiesa matura la decisione di concorrere a riassestare su nuove basi l’equilibrio politico italiano. E’ dirimente l’esito elettorale del 7 giugno 1953, in seguito al quale si registra una leggera prevalenza dei quattro partiti di centro che sembra imporre alla DC una scelta immediata tra l’apertura a destra e l’apertura a sinistra. Per essere chiari fin da subito, è bene dirlo: monsignor Barbieri è contrario all’alleanza con il PSI, e sostiene che in nessun caso può ammettersi la collaborazione di un partito cattolico con una formazione di ispirazione marxista, almeno finché “in un paese esiste la possibilità di formare il governo con l’aiuto di altri partiti che non professano il materialismo ateo e negano le basi stesse del cristianesimo, come fanno tutte le correnti marxiste”. Diversa e in direzione opposta è la visione politica sostenuta dal teologo Carlo Colombo il cui pensiero è supportato anche dal preside della facoltà teologica del Seminario di Venegono, monsignor Figini.  Due prospettive collidono apertamente con i più profondi convincimenti di monsignor Barbieri: l’idea sostenuta da Carlo Colombo “che il PSI si stacchi dal comunismo e, conseguentemente, divenga lecita una collaborazione politica con esso”; poi la bizantina interpretazione dei testi della Divini Redemptoris e della Quadragesimo anno dai quali si evince che è proibita ai cattolici “qualunque forma di collaborazione” con il comunismo e “l’appartenenza al movimento socialista marxista”; ancora, “nessuno può essere un buon cattolico ad un tempo e vero socialista”, ma, attenzione al sofisma di turno “diversamente dal comunismo – nessuna parola è detta per vietare una collaborazione sul terreno politico con questo partito”. Il giustificazionismo è di casa. Ma la sottigliezza semantica riguarda solo le formazioni di Togliatti e Nenni o qualunque altro partito? A questo punto è chiaro l’orientamento della Chiesa, e forte della nuova prospettiva teologico-politica, il Figini invita Barbieri a non creare imbarazzo ai dirigenti democristiani, chiamati a prendere decisioni già di per sé molto difficili. Inizia così la parabola discendente delle fortune politiche di monsignore, vittima delle più bieche delazioni che vedono alleati esponenti della sinistra e dello scudo crociato, intenti a gettare fango nel ventilatore che schizza a ripetizione sulla talare.

L’Europa, di cui tanto oggi si parla, è un concetto sempre presente in monsignore e trova fervida ispirazione politica e morale nelle radici cristiane – poi disattese – dimenticando come la religione conforme al cristianesimo, insieme al Diritto Romano e alla filosofia greca rappresenta l’elemento culturale portante del continente europeo e della nostra civiltà. E per la serie i sogni svaniscono all’alba, a partire dai Trattati di Roma del 1957, la Comunità, poi Unione europea, si è progressivamente realizzata sul piano economico e monetario, attraverso un approccio funzionalista, teso a integrare a livello sovrannazionale settori sempre più ampi, secondo il metodo cosiddetto monnetiano, abbandonando, almeno parzialmente, l’iniziale ispirazione politica. L’immagine dell’Europa che ci perviene quotidianamente non è certamente quella immaginata da monsignor Barbieri, è invece quella dal volto arcigno e prepotente dell’economia, dello spread e dei parametri di Maastricht, caratterizzata ulteriormente dall’inconsistenza politica, mentre le espressioni dei diritti e le voci dei cittadini faticano a trovare un interlocutore. Che amarezza sarebbe per l’uomo e il sacerdote intriso di un profondo umanesimo inteso come esaltazione del valore della persona, chiunque essa sia, senza distinzione di razza, sesso, credo religioso, orientamento politico e pratica dei costumi, vedere la preminenza “dell’avere sull’essere”. Monsignore, certamente una delle coscienze più lucide e sensibili del “secolo breve”, attraverso i suoi scritti pubblicati sulle riveste “Idea” e la maiuscola opera “Ombre e luci di questa vecchia Europa” uscita nel 1963 e ricca di intuizioni e suggestioni storiche e filosofiche, ci invita ancora oggi a non più procrastinare il passaggio culturale dall’Europa dei mercati all’Europa dei cittadini. Al centro del progetto dell’Unione – il pensiero di Monsignore è chiaro – deve trovarsi il cittadino, soggetto consapevole e attivo di una storia rivoluzionaria come quella che, a partire dal 1950, ha permesso all’Europa di conoscere un lungo periodo di pace superando il secolare dissidio franco-tedesco e le altrettanto secolari lotte intestine tra gli Stati europei. Una rivoluzione unica perché portata avanti attraverso il diritto e non attraverso le guerre, e per questo più lunga e tortuosa.

Anche noi adesso facciamo due passi nel palazzo romano del potere, senza però declinare il linguaggio “dell’improvvisato ricercatore”, ma prestiamo attenzione ancora una volta alla voce materna della Chiesa che parla attraverso il cardinal Jorio, prefetto della congregazione dei sacramenti. Il porporato, in modo curiale ma brusco, fa notare al nostro monsignore, com’è pericolosissimo muovere i propri passi non tanto in sacrestia, quanto più in perigliosi transatlantici (Montecitorio). La risposta non tarda ad arrivare secca e con quel senso di umorismo che permette alle menti eccelse di sgusciare dalle situazioni scomode. “Lo so che è pericoloso, ma il pericolo non è la misura del dovere, Eminenza, né motivo sufficiente per non fare una cosa che io reputo utile alle anime, e forse o senza forse, me lo permetta, anche un poco alla Chiesa. Altrimenti Don Abbondio avrebbe ragione nei confronti del Cardinal Federigo”. Chiesa e politica, pericolo o risorsa? La risposta è contenuta nel libro di Don Cesare Silva “Monsignor Pietro Barbieri. Il più grande falsario del mondo”.

“Sono un uomo libero dal bisogno e dalla paura”, così ama definirsi il sacerdote vallese, che prima di diventare Monsignore percorre il mondo. Il concetto di “libertà” è il filo d’Arianna che guida il lettore alla comprensione dello spirito che anima e sottende tutta l’esistenza di Monsignore, e che don Silva, con pregevole scrittura, offre alla nostra attenzione. Don Barbieri, nativo di Valle, forte di un concetto di libertà supportato dalle Sacre Scritture, dagli insegnamenti e dall’azione caritatevole della Chiesa voluta e praticata direttamente da Pio XII dopo i bombardamenti degli Alleati su Roma in quel maledetto luglio ‘43, si oppone senza esitazione alle perverse ideologie imperanti e a quelle all’orizzonte, che vedono nello Stato un dio e nella politica una religione. E’ chiara e indubitabile la lungimiranza culturale del prete lomellino: percepisce in queste aberrazioni il volano dei totalitarismi che privano l’uomo sia della libertà che della dignità, riducendolo a “mezzo” e non “fine” della Storia. Ancora. Il suo amico prof. Igino Giordani nel 1924, definisce il fascismo “una religione pagana che si oppone al Cristianesimo, anche se corteggia la Chiesa (…)”. Monsignore non si è mai lasciato sedurre dal canto ammaliante di queste sirene.

Marco Feccia


Mistica e pragmatismo.

“Monsignor Pietro Barbieri: Il più grande falsario del mondo”, è l’ultima fatica letteraria data alle stampe da Don Cesare Silva, storico molto affermato e per questo non disdegna a presentarsi al grande pubblico con un testo agile, di taglio divulgativo e supportato da una scrittura di chiarezza cartesiana, elementi che accrescono in maniera esponenziale il valore dell’opera già di per sé pregevole, risultante di un’ accurata ricerca d’archivio e pubblicistica varia, condotta con acclarata onestà intellettuale e rigore scientifico. Il libro regala subito al lettore una sorpresa di alto profilo umano e culturale: la presentazione affidata ai ricordi dell’ottuagenaria Madre Anna Maria Cànopi osb abbadessa del monastero Mater Ecclesiae all’isola di San Giulio ad Orta, per tanti anni collaboratrice e poi direttrice della Scuola di Servizio Sociale fondata da monsignore a Pieve del Cairo. Il testo di apertura della mistica è simile a un cammeo di straordinaria fattura, capace di riportarci a ritroso negli anni, sino a incontrare la maiuscola figura di monsignor Barbieri; e poi come d’incanto   mostrarci nella radiosa luce dei ricordi e degli affetti indelebili, che non conoscono la patina del tempo, i loro segmenti di vita percorsi in perfetta comunione di spirito. Quando il mio sguardo si è posato per la prima volta sullo scritto vergato tra le mura dove spira un’aura di serenità conventuale, ho provato una celestiale sensazione: le parole, che si rincorrevano dolci e affrancate dalle voci del mondo, si dissolvevano e lasciavano ogni loro primitiva sembianza per trasformarsi in musica; una tersa sinfonia capace di annoverare nel suo seno tutti gli elementi costitutivi, che nel corso dell’opera Don Cesare ha sviluppato, e in modo organico consegnato all’attenzione del lettore. La presentazione, che tradisce da parte della Reverendissima Madre una progenie culturale fatta di solide basi umanistiche, ha il pregio di dialogare con il “tempo” e trasformarlo, pur nella sua complessa dinamica concettuale, in un eterno presente. Il particolare artifizio, dettato solo dagli spiriti superiori, riporta accanto a noi Monsignor Barbieri, che ancora una volta illumina la nostra tribolata quotidianità con la forza e l’espressione più sincera dell’esempio profuso in spregio ad ogni pericolo, unitamente all’insegnamento sempre attuale, che scaturisce dalla sua adamantina cultura, rivolta “all’Uomo” chiunque esso sia – come più volte rimarcato nel testo di presentazione. Al cospetto di personalità così maiuscole, che scrutano la Storia e di essa ne sono protagonisti e testimoni, ma con lo sguardo sempre rivolto all’afflato divino, dobbiamo convenire, come si arguisce dal profondo quanto partecipato intervento, che la forza dell’Amore, sempre insita nell’ Uomo e nel Sacerdote Mons. Barbieri, ha sconfitto anche l’ultimo nemico – la morte. Affidare a Madre Cànopi il primo incontro con il lettore è stata una felice intuizione di Don Cesare, che ha voluto ribadire con dolce forza un concetto oramai relegato lontano dalla nostra cultura: ”l’occidente ha bisogno di mistici”, ovvero di quei baluardi che ci ricordano come il tempo possa misurarsi in una dimensione differente, fatta non solo di richiamo utilitaristico, ma anche, di perfezione e sublimità. E’ solo con la umile attenzione del cuore che possiamo percepire, nel contesto della lettura, la straordinaria capacità della Madre di carpire e consegnarci con sempre più elevate espressioni accompagnate dalla fragranza della sua anima, le sfaccettature della nostra tribolata quotidianità. L’opera di Don Cesare, in questo straordinario contesto è ulteriormente arricchita e si ammanta di luminosa originalità, che scaturisce dal legame profondo tra la più grande mistica vivente dell’occidente e la nostra splendida terra di Lomellina. Si sprigiona così una straordinaria e indissolubile simbiosi, oserei dire viscerale, che richiama la eco di parole che risuonano liete nei nostri cuori e fanno brillare gli occhi di sinceri lucciconi “la mia Pieve del Cairo, il mio Monsignor Barbieri”. Madre Anna Maria Cànopi incontra il religioso lomellino nell’atmosfera resa magica da una delle sue elevate e nobili intuizioni: le scuole di formazione istituite a Pieve del Cairo per strappare dal degrado sociale soprattutto le donne. Ne diventerà giovanissima la responsabile e irrinunciabile punto di riferimento, e in questa veste, prima di dedicarsi alla vita contemplativa, sarà uno dei “pilastri” della progettualità del grande monsignore. I percorsi esistenziali, culturali e spirituali che contemplano la Madre accanto al vulcanico sacerdote di Valle, sono le linee guida entro le quali si sviluppa e prende corpo gran parte de “Monsignor Pietro Barbieri. Il più grande falsario del mondo”. I capitoli del libro, che si susseguono in modo organico, suggeriscono all’attenzione del lettore alcuni spunti sui quali riflettere, ma, andiamo per ordine e ancora una volta ascoltiamo la mistica, sempre in perfetta sintonia con il sentire di don Cesare. Adesso però una domanda è ineludibile da parte in chi ha qualche piccolo rudimento circa il nostro grande “don Falsario”… questo “concentrato di pragmatismo in salsa lomellina”: come può  collimare l’intraprendenza di monsignore con chi ha reso la propria vita simile a quella del “servo in – utile” nel suo etimo più ricco ed alto? “La sua personalità, straordinariamente ricca a tutti i livelli, ha lasciato in me – e anche nelle persone che lo hanno conosciuto da vicino – una traccia profonda; personalmente sono convinta che buona parte della mia maturità umana e cristiana sia frutto di quanto ho ricevuto da lui”, questo scrive Madre Cànopi a proposito di mons. Barbieri e forse ci da una chiave di lettura di come due mondi, così apparentemente lontani, possano trovare logiche sinergiche ed anzi possano “dissetarsi” in “estrema ratio” alla stessa sorgente. La sintesi fra i due antipodi, magistralmente espressa nella presentazione, sta proprio in quella capacità di “guardare all’uomo”, nel “servire l’uomo” con il dono totale di se stessi. Questi concetti, che parrebbero appartenere a culture lontane dalla nostra, attraversano tutta la pubblicazione di don Cesare e costituiscono il raggio di sole nella gelida e asfittica coscienza di oggi. Le pagine del libro, interagiscono in perfetta unità di intenti con i pensieri della mistica che ci regala una volta ancora la luminosa effige del nostro mons. Barbieri, capace di guardare la realtà con gli occhi di “chi serve”, perché questo prezioso dono dello spirito, lega indissolubilmente la vita di un grande “tessitore” quale il nostro don Falsario, alla ascesi che consente di “servire l’uomo” da altra angolatura. Don Cesare, uomo di Chiesa e di eccellenti studi, quando ha chiesto la collaborazione di Madre Anna Maria era certo che dalla sua penna sarebbe emerso il confronto tra due imponenti personalità a beneficio di un occidente sempre più incapace di trovare l’equilibrio che lo ha reso grande, due personalità capaci di incidere la Storia in modo assolutamente “unico”, partendo dal servizio espletato in ambito di cristiana libertà. E’ dunque il concetto di “servizio”, unitamente a queste due figure di altissima statura che rendono ancor più grande la Chiesa che forse oggi fatica a trovare “spessore” e “sapidità”, ma non certamente il linguaggio comodo e semplicistico di servizio che sembra andare di moda nelle “sacre stanze odierne”, una forma di “servizio” che si fa senza scrupoli populismo “tagliato a fette”, che declina il linguaggio di “assistenza sociale di basso cabotaggio”. Don Cesare, l’autore di questa preziosa quanto scientifica opera, Madre Cànopi e mons. Barbieri ci insegnano da prospettive temporali diverse, quanto sia indispensabile “guardare oltre” e intraprendere sempre nuove sfide a favore dell’uomo, chiunque esso sia. “Saremo noi come coloro che non piegheranno il ginocchio?”, scriveva mons. Barbieri a don Sturzo, forse, in un mondo ed in una Chiesa che hanno “piegato ginocchia e testa” serve approfondire e riscoprire queste grandi figure del nostro tempo e del nostro territorio che ci insegnano come poter guardare al sapore delle cose… unica sintesi vera e bella che l’uomo può fare in sé.

Marco Feccia