La Biblioteca di Valle Lomellina
Presenta
Ricorda Il Paradiso di Luigi Dellorbo

La società letteraria dell’Ottocento l’avrebbe rubricato come romanzo breve o racconto lungo.

Luigi Dellorbo (1962), con l’opera Ricorda il paradiso edito da Echos Edizioni, riprende l’alveo della prosa e torna in libreria con una prova di narrativa che oscilla tra le atmosfere crepuscolari care a Guido Gozzano – capaci di evocare l’aura di Totò Merumeni – e il vacuo arsenale, paradigma senza appello, dei nostri giorni.

La scrittura, di chiarezza cartesiana, accattivante e mai ridondante, scorre con un periodare lento, breve e asciutto, che attinge   a un bagaglio culturale dell’autore dove trova posto, specie nelle pagine d’apertura del romanzo, un richiamo evidente a William Faulkner, maestro indiscusso della trasposizione nel tempo e nello spazio di personaggi e avvenimenti la cui dinamica letteraria conferisce alla trama un ritmo tutto singolare.

La biblioteca “Giuseppe Marucchi”, di concerto con l’amministrazione comunale di Valle Lomellina, propone l’incontro con l’autore venerdì 24 febbraio 2017, alle ore 21:15 nella sala polifunzionale “A. Savini” in piazza Corte Granda, 1.

Dellorbo, prima dialogherà al tavolo dei relatori con il prof. Giuseppe Castelli, storico dell’Arte e il prof. Piero Ferrari, docente di Storia e Filosofia presso il liceo scientifico A. Omodeo di Mortara; poi ci sarà spazio per il dibattito con il pubblico.

Condurrà la serata il prof. Gianluca Chiesa del consiglio della biblioteca; il maestro Davide Zardo eseguirà alcuni intermezzi musicali; mentre al leggio troveremo Mara Cherubini.

I protagonisti della storia escono dalla penna di Dellorbo con levità, ironia e marcati tratti caratteriali che trovano ancora una volta, nella eco della letteratura americana del secolo scorso, vivo riscontro nella maiuscola prosa dialogata di Ernest Hemingway.

L’assito del palcoscenico di Ricorda il paradiso è attraversato da uomini e donne, che nella pur breve struttura narrativa assegnata all’opera non mancano di esprimere, in forma compiuta, profondi concetti di riflessione esistenziale che emergono adamantini di pagina in pagina, quando narrativa e testo teatrale, si dissolvono l’una nell’altro, coinvolgendo sempre di più il lettore sul piano emotivo e scenico.

Il castello di famiglia alle porte di Saluzzo, teatro di questa narrazione, custodisce gelosamente i pensieri apparentemente frivoli di Pinuccio Guasco, professore universitario di filosofia a Genova, un senza Dio, che fa il controcanto al fratello Cesare, dedito al pragmatismo del commercio e, per dirla con Guido Gozzano, Meglio la vita ruvida concreta/del buon mercante inteso alla moneta, /meglio andar sferzati dal bisogno, / ma vivere la vita!

Il concetto di tempo, riflessione filosofica che sottende gran parte del romanzo, l’autore lo esprime quasi in forma ermetica: Cesare ha un approccio analitico, Pinuccio invece di tipo sintetico; mentre il retroterra culturale dei due è consegnato al lettore con un deciso tratto di penna che trova felice sintesi nel cuore paterno del signor Enrico, settantenne da tanto tempo vedovo.

L’anziano genitore è prigioniero di una cultura dalla quale vorrebbe affrancarsi, e al contempo respinto da quella a cui vorrebbe approdare: un Mastro Don Gesualdo dei nostri giorni, che in alcuni frangenti si tinge di patetico.

Il lettore non troverà mai, tra le pieghe del romanzo, la Signorina Felicita di gozzaniana memoria, quella quasi brutta, priva di lusinga/nelle tue vesti quasi campagnole; tutt’altro, incontrerà invece Lian la moglie di Cesare: bella, sensuale, intrigante, che veste Dior e ostenta senza infingimenti la sua cultura orientale di provenienza cinese.

Bello e ricco di erudizioni che appartengono a esperienze spirituali e politiche diverse, è il dialogo critico e a tratti spigoloso tra Lian e don Quintino, il parroco del borgo che spesso e volentieri si presenta al castello all’ora dei pasti.

L’argomento è la figura di Gesù, che la giovanissima sposa dagli occhi a mandorla proprio non comprende: Un dio che si fa uomo, poi muore per i peccati e poi risorge … che senso ha tutta questa storia?

Pinuccio approva.

Sorte migliore non è riservata a Papa Francesco e alla Chiesa in generale da parte del Colonnello, che assieme a Fernandez il musicista e al Conte, quest’ultimo postulante di maniera presso casa Guasco, completa il novero dei comprimari del romanzo.

Sembrano costoro personaggi minori, da operetta, macchiette dell’avanspettacolo; ma è una valutazione di superficie, perché nel corso della narrazione Dellorbo gli conferisce carature paradigmatiche riconducibili a situazioni umane sulle quali riflettere e interrogarsi.

Anche in questo maniero c’è un fantasma: non è la Marchesa dal profilo greco cantata dal poeta di Agliè, ma una entità frutto di una bizzarra credenza che si aggira nello stretto e segreto vano scala che conduce direttamente nell’alcova di Lian e Cesare, dove qualcuno della famiglia Guasco vorrebbe introdursi.

Il romanzo non è solo filosofia e confronti culturali, è anche uno spaccato di vita attraversato da feste innaffiate con Champagne e vini pregiati, notti gaudenti e splendida allegria, che ricorda un poco da lontano – ma non troppo – l’età spensierata de Il grande Gastsby e alcuni Racconti dell’età del jazz.

E’ ancora letteratura americana, stavolta con Francis Scott Fitzgerald.

La conclusione dell’opera, o meglio il congedo, l’autore l’affida a don Quintino, che richiama i personaggi per la passerella finale sotto le luci della ribalta.

Come a teatro, applausi a scena aperta: i protagonisti si tengono tutti per mano; un inchino; poi un passo indietro e scompaiono inghiottiti in una dissolvenza senza fine, oltre il sipario.

Sono anime cechoviane – come quelle dell’Estremista e altri racconti, sempre a firma di Dellorbo – che ci rimandano forse in un altrove, dove troverà compimento la loro parabola esistenziale, che al momento l’autore ha voluto sfumare, quasi a coinvolgere il lettore nella stesura dell’ultima pagina – quella mancante.

Ricorda il paradiso suona come un ammonimento, perché anche lassù gli incantesimi possono finire.

Marco Feccia